Agosto 8, 2007 di ethos2006
Manca un anno esatto ai Giochi Olimpici, che verranno inaugurati l’8 agosto 2008 a Pechino. Sappiamo che i dirigenti politici del Partito Comunista e il comitato organizzatore stanno facendo di tutto perché quella manifestazione sia una vetrina di eccezionale portata per mostrare con orgoglio al mondo intero le conquiste dell’economia cinese, il cui PIL continua a crescere a ritmi spaventosi (di circa l’11,5 su base semestrale).
Ma le fanfare che annunciano questa formidabile operazione d’immagine non possono certo far passare sotto silenzio le gravi violazioni dei diritti umani che avvengono sistematicamente in quel paese. Lo ha denunciato con forza un recentissimo rapporto di Amnesty International (disponibile in inglese e spagnolo), in cui sono evidenziati con forza quattro aspetti preoccupanti: la mancanza di trasparenza nell’applicazione della pena di morte, l’aumento delle detenzioni arbitrarie, la recrudescenza della repressione nei confronti dei difensori dei diritti umani, l’assenza di libertà di stampa. Non solo quindi i dirigenti cinesi sono venuti meno all’impegno di migliorare la situazione dei diritti umani (determinante ai fini dell’assegnazione dei giochi), ma la polizia utilizza il pretesto di questo avvenimento per un ulteriore giro di vite (ovviamente senza regolare processo) nei confronti dei dissidenti. “Quando dieci poliziotti hanno fatto irruzione nell’appartamento di Pechino dove vivono Hu Jia e Zeng Jinyan, li hanno messi agli arresti domiciliari e hanno impedito che lasciassero il paese, è stato qualcosa di più dell’ennesimo incidente in una lunga catena di repressioni contro gli attivisti umanitari. È stato un segnale di come la Cina intende gestire il dissenso da qui ai Giochi olimpici del 2008″ (Brad Adams, direttore per l’Asia di Human Rights Watch). È importante sottolineare che dietro al business dei giochi – lo ha documentato di recente Federico Rampini su Repubblica – vi sono spesso vere e proprie fabbriche-lager in cui bambini di 12 anni lavorano per 15 ore al giorno per sette giorni la settimana, senza riposi e festività. Si deve anche mettere in risalto come non si sia affatto fermata la persecuzione odiosa dei militanti del movimento religioso Falun Gong attraverso il prelievo forzato di organi ai quali vengono sottoposti nei campi di concentramento segreti del Partito Comunista cinese. La lista delle violazioni dei diritti umani come si vede è lunghissima e forse sarebbe più giusto parlare di crimini contro l’umanità. Da notare, inoltre, che sul fronte internazionale la Cina continua ad avere un rapporto di stretta collaborazione, attraverso l’invio di armi e di milioni di dollari in investimenti, con il regime sudanese, responsabile del genocidio del Darfur.
Con un quadro così squallido e deprimente è possibile parlare ancora di spirito olimpico? Si rendono conto i soloni del CIO dell’errore madornale che hanno compiuto quando hanno deciso di assegnare i giochi a Pechino nell’indifferenza del mondo intero? Forse sarebbe sufficiente che rileggessero alcune delle linee guida riportate nella Carta Olimpica per provare un po’ di vergogna:
Lo Spirito Olimpico si prefigge lo scopo di creare uno stile di vita basato sulla gioia che deriva dal sacrificio, sul valore educativo del buon esempio e sul rispetto dei fondamentali principi etici universali (1);
Lo scopo dello Spirito Olimpico è collocare lo sport al servizio dello sviluppo armonioso dell’uomo, al fine di promuovere una società pacifica interessata alla conservazione della dignità umana (2);
Qualunque forma di discriminazione nei confronti di paesi e persone per motivi razziali, religiosi, politici, di sesso e per altri aspetti è incompatibile con il Movimento Olimpico (5).
Come si vede ci sono le condizioni perché nella comunità internazionale si formi un vasto movimento d’opinione al fine di esercitare pressioni per ottenere garanzie sul rispetto di alcuni diritti fondamentali, arrivando se necessario anche alla minaccia di boicottare i giochi. Non è ammissibile che tutto avvenga all’insegna dello slogan “non disturbate il manovratore”, è venuto il tempo di agire. Purtroppo, grazie alla miope realpolitik dei governi occidentali si è fatto poco in tale direzione e organizzazioni come Amnesty International, Human Right Watch e Reporters sans Frontières sono state lasciate sole nella denuncia delle malefatte del governo cinese.
Qui in Italia è auspicabile che su un tema di tale rilevanza si cominci a discutere all’interno del nascente Partito Democratico. Ho forti dubbi però che l’argomento sia in cima ai pensieri degli attuali oligarchi del partito, anche perché da costoro non è arrivato alcun segnale di dissenso di fronte alla figuraccia che fece Prodi in occasione della recente visita in Cina, quando non trovò di meglio che auspicare il ritiro dell’embargo sulle armi da parte della Comunità europea (sic!).
Credo invece che debba essere uno dei temi caratterizzanti della campagna di Mario Adinolfi per la leadership del partito. Mario non ha vincoli di governo o sottogoverno e ha mostrato in passato una forte sensibilità per le questioni legate alla democrazia e alle libertà individuali. Da vecchio blogger sa bene che nell’epoca della rete i confini tra stati sono sempre più labili e che i crimini verso la libertà di espressione appaiono oggi più odiosi di ieri. Anche perché in misura sempre maggiore vengono commessi proprio attraverso il controllo del web. Davvero incredibile, proprio la rete, che per sua natura avrebbe dovuto innescare un processo di democratizzazione senza precedenti (è stata questa la grande illusione di Bill Clinton, quando dava per scontato l’approdo della Cina alla democrazia per effetto della rivoluzione digitale) diventa invece uno strumento sempre più subdolo di repressione del dissenso.
La vera sfida è quindi quella di battersi perché il modello cinese di controllo del web venga sconfitto. Lo si può fare in molti modi: per esempio attraverso un sostegno concreto a tutte le associazioni e singoli individui che in quel paese si battono per la libertà di espressione, con azioni mirate di hacking e con misure di boicottaggio nei confronti di quelle aziende occidentali (vedi Yahoo e Microsoft) che hanno collaborato o continuano a collaborare con il governo cinese fornendo tecnologia e informazioni per individuare gli utenti anonimi che si oppongono al regime. È importante cominciare a muoversi da subito in tal senso anche per allontanare un’altra minaccia. La Cina potrebbe essere più vicina di quanto si pensi se è vero che qualche politico italiano purtroppo comincia a manifestare un certa simpatia verso quel modello di controllo già sperimentato con successo in quel paese.
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Luglio 23, 2007 di ethos2006
Ho appena finito di leggere Wikinomics – La collaborazione di massa che sta cambiando il mondo, di Don Tapscott e Anthony D. Williams (Rizzoli 2007), un libro che ci permette di capire molto bene i meccanismi legati ai nuovi modelli economici e di relazioni umane indotti dall’evoluzione del web.
Si parla apertamente di nuovo paradigma, basato sul modello di Wikipedia, l’enciclopedia online alla quale tutti possono contribuire liberamente. La wikinomics è vista come un sistema complesso formato da singoli individui, associazioni e network che, interagendo e collaborando tra di loro tramite blog, community, email, possono trasformarsi in forza economica collettiva di dimensioni globali.
Si tratta di un universo – spiegano gli autori del libro – “in cui consumatori, lavoratori, fornitori, business partner e anche concorrenti sfruttano la tecnologia della rete per innovare insieme e per produrre nuova conoscenza.” La chiave del successo delle organizzazioni risiede secondo Tapscott e Williams nella piena accettazione del modello basato sulla collaborazione, sull’apertura, sulla condivisione, sull’auto-organizzazione. È la logica naturale – se ci pensiamo bene – dei sistemi viventi e degli ecosistemi di fronte a un aumento vertiginoso della complessità. Una logica diametralmente opposta a quella fondata sul modello tradizionale gerarchico-piramidale, che poggia le sue basi sulla piena libertà individuale ed è molto vicina all’ideale di democrazia diretta. Un modello che ha fornito prove eccellenti nei campi più disparati, non solo in quello economico. Ne abbiamo avuto la riprova anche in quello scientifico, come ad esempio nel caso della ricerca sul genoma umano o in quello, particolarmente significativo, dell’Enciclopedia della vita (Edv). Un progetto, quest’ulimo, che si propone di creare per ognuna delle specie animali e vegetali classificate nell’intero pianeta (quasi 2 milioni), una pagina web in cui raccogliere ogni informzione documentata.
Nel leggere questo libro ho pensato che sarebbe bello dedicarlo a Mario Adinolfi, il giornalista-blogger che si è candidato alla guida del partito democratico.
Seguo da tempo con molto interesse le idee di Mario sul suo blog e credo che Wikinomics dovrebbe essere uno dei testi di riferimento del suo progetto politico, basato sul ricambio generazionale e sul modello reticolare del web.
Da qui un grande in bocca al lupo a Mario e soprattutto l’auspicio che la sua sia una battaglia che vada ben oltre la sacrosanta rivendicazione di una maggiore presenza di una generazione (quella dei 30-40enni) finora letteralmente esclusa dalle stanze del potere. Ma credo che la sua decisione di entrare in campo sia mossa da un obiettivo ben più ambizioso e che il suo messaggio sia rivolto a una platea decisamente più vasta di quella giovanile, anche perché è nell’interesse di tutti poter contare finalmente su un ricambio effettivo della classe dirigente e sulla sconfitta di quella casta di oligarchi che si illude di aver trovato nel Partito Democratico lo strumento per perpetuare il suo potere.
Una sfida folle, ai limiti dell’azzardo (il nostro è un gran giocatore di poker) il cui esito dipenderà moltissimo dalla capacità e dalla determinazione di Mario di restare coerente fino in fondo al modello collaborativo e sistemico della rete. A cominciare dalla visione del futuro che si vuol proporre, dall’elaborazione dei contenuti. Sviluppando una piattaforma aperta ai contributi di tutti, costruendo nuovi network, gruppi di studio e di lavoro su alcune questioni chiave del nostro tempo (energia e ambiente, ricerca scientifica, nuovo internazionalismo, ecc.) non limitati solo all’ambito italiano e dando voce ai non pochi talenti che sono emigrati all’estero e che popolano università e istituti di ricerca di mezzo mondo.
In un partito che finora si è segnalato per un desolante vuoto di idee e per una totale incapacità di comprendere le innovazioni sociali e tecnologiche, questo approccio è il vero valore aggiunto, l’asso decisivo che Mario dovrebbe calare subito in una partita ancora tutta da giocare.
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Luglio 20, 2007 di ethos2006
Ho trovato di pessimo gusto la petizione promossa dalla rivista Reset contro il libro di Magdi Allam “Viva Israele” e sottoscritta da centinaia di intellettuali e docenti universitari. Petizioni di questo tipo, che hanno come bersaglio un libro e un singolo individuo ottengono come risultato quello di istigare all’odio ed evocano altre petizioni intimidatorie di stampo fascista e comunista ben presenti nella nostra memoria.
Le ragioni le ha spiegate molto bene Pierluigi Battista sul Corriere di ieri, quando sosteneva che “resta la sgradevole sensazione che nel tutti contro uno messo in scena da una rivista si produca attorno a un libro il marchio della “pericolosità”, del discredito, della delegittimazione preventiva e dunque sleale. Qualcosa che ha il sapore dell’intimazione al silenzio, o comunque di un trattamento speciale che genera allarme sociale attorno a un libro e un effetto di intimidazione su un autore e sul suo editore chiamati, per così dire, a una maggiore prudenza nel futuro. Una deriva di arroganza che, anche se animata dalle migliori intenzioni, nella storia ha sempre condotto alla tentazione censoria e alla messa all’indice. Sempre.”
Si deve aggiungere, inoltre, che la slealtà e il pessimo gusto sono ancora maggiori quando il destinatario è un uomo che vive sotto scorta per le continue minacce di morte che pendono sul suo capo per via delle sue coraggiose prese di posizione contro Hamas (quella pacifica organizzazione filantropica con cui D’Alema vuole trattare) e contro tutti i sostenitori del fondamentalismo islamico.
Per concludere, si possono confutare alcune delle tesi esposte da Magdi Allam nel suo ultimo libro, ma non si può fare a meno di esprimergli solidarietà e ammirazione per le sue coraggiose battaglie in difesa della libertà.
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Giugno 27, 2007 di ethos2006
Ve l’immaginate Romano Prodi salutato da una standing ovation di tutto il Parlamento al termine del suo ultimo discorso da premier? È vero che le vie del Signore sono infinite ma credo che un evento del genere abbia la stessa probabilità della vittoria del Cagliari in Champions League.
Eppure è quel che è accaduto oggi nell’aula di Westminster dopo l’ultimo discorso di Tony Blair e testimonia ancora una volta la statura di grande leader dell’ex primo ministro britannico. Spesso sbeffeggiato in Italia da una sinistra con la puzza sotto il naso, Tony Blair ha mostrato in questi dieci anni capacità di visione strategica e di coraggio, incarnando la sintesi perfetta tra quelle che Max Weber aveva definito le qualità fondamentali per l’uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza.
Per uno strano scherzo del destino, proprio nel giorno dell’addio di Blair, a Torino Walter Veltroni pronunciava il primo discorso da candidato in pectore alla guida del Partito Democratico. Forse bisogna augurarsi che la scelta della data non sia stata casuale, quasi a simboleggiare la volontà del sindaco di Roma di voler raccogliere virtualmente l’eredità politica del leader inglese.
Ma davvero Veltroni avrà la capacità e il coraggio delle grandi scelte mostrate da Blair ancor prima di intraprendere la sua avventura, rompendo con l’ala massimalista del Labour e ridando una nuova identità e slancio al partito? Dopo aver ascoltato il discorso di oggi è molto difficile fare delle previsioni, anche se le uniche chance di successo di una politica di centro sinistra sono affidate proprio alla possibilità di rottura con il passato. Insomma, se non si può certo rimproverare nulla al sindaco di Roma per quanto riguarda la passione, intesa come dedizione entusiasta ad una causa, è ragionevole prevedere invece che dovrà fare ancora molta strada per potersi accreditare come leader dotato di un forte senso di responsabilità e di lungimiranza. Quel giorno avrà magari scontentato qualcuno, ma al termine del suo percorso politico potrà anch’egli aspirare a ricevre una standing ovation dall’intero Parlamento.
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Giugno 24, 2007 di ethos2006
Molti commentatori sostengono che la candidatura Veltroni sia stata avanzata solo ora dagli oligarchi ulivisti perché ritenuta l’unica possibile scialuppa di salvataggio di una classe politica ormai allo sbando. Sono d’accordo, ma sono certo che lo stesso Veltroni se ne sia reso conto e quindi non sottovaluti le insidie di nuove primarie farsa alla bulgara come quelle che hanno incoronato Prodi due anni fa.
D’altra parte la sua forza risiede in un carisma e in una capacità di leadership che oggi nessun altro può vantare nell’area del centro sinistra. Qualità che non possono certo essere sprecate e svilite in accordi con chi solo ieri sognava improbabili scalate bancarie a fianco di uomini del calibro di Ricucci e di Consorte, ma al contrario messe al servizio di una politica che rompa gli schemi del passato e riesca finalmente ad affrontare le grandi questioni della riforma del welfare e della lotta a quelle lobbies affaristiche e parassitarie che hanno impedito ogni serio tentativo di cambiamento in questo paese negli ultimi 50 anni.
Compito non facile e dagli esiti affatto scontati perché comporta da parte di Veltroni l’abbandono di quella visione ecumenica della politica che ha caratterizzato per anni la sua azione, affrontando a viso aperto il rischio di entrare in rotta di collisione con coloro che, pur appartenendo allo schieramento di centro sinistra, perseguono da anni una linea di chiusura, di stampo chiaramente conservatore (vedi ad esempio il sindacato). Per non parlare poi di coloro che si collocano alla sinistra del PD e con i quali si spera non si debbano più negoziare le idee di fondo che dovrebbero ispirare la politica estera. Tanto per essere chiari: quale accordo si potrà mai raggiungere con personaggi come Diliberto e Giordano, i cui punti di riferimento sono il primo ministro siriano e Chavez?
Il compito dei mille dovrebbe essere quello di incoraggiare e sostenere Veltroni in questa sfida difficile. Se il movimento agirà in una prospettiva di questo tipo è ragionevole credere che possa aspirare a giocare un ruolo importante ed essenziale. In caso contrario temo sarà condannato a una presenza marginale, di pura testimonianza.
Bob Kennedy, in un discorso tenuto in memoria di suo fratello John disse che non conta quanto talento possa avere una persona, non conta quanta energia possa avere, non conta quanta integrità e quanta onestà possa avere. Se è da solo, particolarmente se è un politico, può fare ben poco. Veltroni, grande ammiratore di Bob Kennedy, questo lo sa bene e in lui vi è senz’altro la piena consapevolezza di aver tutto da guadagnare da un sostegno di questo tipo. Soprattutto quando proviene da un gruppo di persone che con lui condivide lo stesso entusiasmo per un’idea nobile della politica, non intesa come pura rappresentazione di interessi e che si nutre di una forte passione ideale e di un progetto di ampio respiro. Un appoggio mirato anche all’obiettivo di un patto inter-generazionale fatto di pochi punti programmatici irrinunciabili, come ad esempio l’adozione di una riforma della politica in grado di favorire il ricambio della classe dirigente in senso meritocratico.
Pur guardando con molto interesse e simpatia a questo movimento e alla candidatura di Veltroni non sono affatto convinto che l’adesione al PD sia comunque necessariamente la strada migliore per puntare a un profondo rinnovamento della politica. Dipende anche dalla realtà locale o regionale in cui uno si trova ad operare. Per chi come me vive in Sardegna queste perplessità sono legate anche al fatto di dover convivere con la presenza ingombrante di Renato Soru. Qui mi sento invece maggiormente attratto da quei movimenti e gruppi d’opinione che stanno nascendo al di fuori del PD su basi autonomistiche e autenticamente riformiste. A cominciare da quello promosso da Paolo Maninchedda (www.sardegnaeliberta.it), che si propone di porre le basi per la costruzione di un’alternativa dal volto umano e credibile sul piano programmatico all’attuale governo autocratico guidato dall’ex padrone di Tiscali. Ma di questo ne parleremo un’altra volta.
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