Manca un anno esatto ai Giochi Olimpici, che verranno inaugurati l’8 agosto 2008 a Pechino. Sappiamo che i dirigenti politici del Partito Comunista e il comitato organizzatore stanno facendo di tutto perché quella manifestazione sia una vetrina di eccezionale portata per mostrare con orgoglio al mondo intero le conquiste dell’economia cinese, il cui PIL continua a crescere a ritmi spaventosi (di circa l’11,5 su base semestrale).
Ma le fanfare che annunciano questa formidabile operazione d’immagine non possono certo far passare sotto silenzio le gravi violazioni dei diritti umani che avvengono sistematicamente in quel paese. Lo ha denunciato con forza un recentissimo rapporto di Amnesty International (disponibile in inglese e spagnolo), in cui sono evidenziati con forza quattro aspetti preoccupanti: la mancanza di trasparenza nell’applicazione della pena di morte, l’aumento delle detenzioni arbitrarie, la recrudescenza della repressione nei confronti dei difensori dei diritti umani, l’assenza di libertà di stampa. Non solo quindi i dirigenti cinesi sono venuti meno all’impegno di migliorare la situazione dei diritti umani (determinante ai fini dell’assegnazione dei giochi), ma la polizia utilizza il pretesto di questo avvenimento per un ulteriore giro di vite (ovviamente senza regolare processo) nei confronti dei dissidenti. “Quando dieci poliziotti hanno fatto irruzione nell’appartamento di Pechino dove vivono Hu Jia e Zeng Jinyan, li hanno messi agli arresti domiciliari e hanno impedito che lasciassero il paese, è stato qualcosa di più dell’ennesimo incidente in una lunga catena di repressioni contro gli attivisti umanitari. È stato un segnale di come la Cina intende gestire il dissenso da qui ai Giochi olimpici del 2008″ (Brad Adams, direttore per l’Asia di Human Rights Watch). È importante sottolineare che dietro al business dei giochi – lo ha documentato di recente Federico Rampini su Repubblica – vi sono spesso vere e proprie fabbriche-lager in cui bambini di 12 anni lavorano per 15 ore al giorno per sette giorni la settimana, senza riposi e festività. Si deve anche mettere in risalto come non si sia affatto fermata la persecuzione odiosa dei militanti del movimento religioso Falun Gong attraverso il prelievo forzato di organi ai quali vengono sottoposti nei campi di concentramento segreti del Partito Comunista cinese. La lista delle violazioni dei diritti umani come si vede è lunghissima e forse sarebbe più giusto parlare di crimini contro l’umanità. Da notare, inoltre, che sul fronte internazionale la Cina continua ad avere un rapporto di stretta collaborazione, attraverso l’invio di armi e di milioni di dollari in investimenti, con il regime sudanese, responsabile del genocidio del Darfur.
Con un quadro così squallido e deprimente è possibile parlare ancora di spirito olimpico? Si rendono conto i soloni del CIO dell’errore madornale che hanno compiuto quando hanno deciso di assegnare i giochi a Pechino nell’indifferenza del mondo intero? Forse sarebbe sufficiente che rileggessero alcune delle linee guida riportate nella Carta Olimpica per provare un po’ di vergogna:
Lo Spirito Olimpico si prefigge lo scopo di creare uno stile di vita basato sulla gioia che deriva dal sacrificio, sul valore educativo del buon esempio e sul rispetto dei fondamentali principi etici universali (1);
Lo scopo dello Spirito Olimpico è collocare lo sport al servizio dello sviluppo armonioso dell’uomo, al fine di promuovere una società pacifica interessata alla conservazione della dignità umana (2);
Qualunque forma di discriminazione nei confronti di paesi e persone per motivi razziali, religiosi, politici, di sesso e per altri aspetti è incompatibile con il Movimento Olimpico (5).
Come si vede ci sono le condizioni perché nella comunità internazionale si formi un vasto movimento d’opinione al fine di esercitare pressioni per ottenere garanzie sul rispetto di alcuni diritti fondamentali, arrivando se necessario anche alla minaccia di boicottare i giochi. Non è ammissibile che tutto avvenga all’insegna dello slogan “non disturbate il manovratore”, è venuto il tempo di agire. Purtroppo, grazie alla miope realpolitik dei governi occidentali si è fatto poco in tale direzione e organizzazioni come Amnesty International, Human Right Watch e Reporters sans Frontières sono state lasciate sole nella denuncia delle malefatte del governo cinese.
Qui in Italia è auspicabile che su un tema di tale rilevanza si cominci a discutere all’interno del nascente Partito Democratico. Ho forti dubbi però che l’argomento sia in cima ai pensieri degli attuali oligarchi del partito, anche perché da costoro non è arrivato alcun segnale di dissenso di fronte alla figuraccia che fece Prodi in occasione della recente visita in Cina, quando non trovò di meglio che auspicare il ritiro dell’embargo sulle armi da parte della Comunità europea (sic!).
Credo invece che debba essere uno dei temi caratterizzanti della campagna di Mario Adinolfi per la leadership del partito. Mario non ha vincoli di governo o sottogoverno e ha mostrato in passato una forte sensibilità per le questioni legate alla democrazia e alle libertà individuali. Da vecchio blogger sa bene che nell’epoca della rete i confini tra stati sono sempre più labili e che i crimini verso la libertà di espressione appaiono oggi più odiosi di ieri. Anche perché in misura sempre maggiore vengono commessi proprio attraverso il controllo del web. Davvero incredibile, proprio la rete, che per sua natura avrebbe dovuto innescare un processo di democratizzazione senza precedenti (è stata questa la grande illusione di Bill Clinton, quando dava per scontato l’approdo della Cina alla democrazia per effetto della rivoluzione digitale) diventa invece uno strumento sempre più subdolo di repressione del dissenso.
La vera sfida è quindi quella di battersi perché il modello cinese di controllo del web venga sconfitto. Lo si può fare in molti modi: per esempio attraverso un sostegno concreto a tutte le associazioni e singoli individui che in quel paese si battono per la libertà di espressione, con azioni mirate di hacking e con misure di boicottaggio nei confronti di quelle aziende occidentali (vedi Yahoo e Microsoft) che hanno collaborato o continuano a collaborare con il governo cinese fornendo tecnologia e informazioni per individuare gli utenti anonimi che si oppongono al regime. È importante cominciare a muoversi da subito in tal senso anche per allontanare un’altra minaccia. La Cina potrebbe essere più vicina di quanto si pensi se è vero che qualche politico italiano purtroppo comincia a manifestare un certa simpatia verso quel modello di controllo già sperimentato con successo in quel paese.

